Poesia e cultura in una bottiglia

PAROLE DI GIORGIA CORTE | FOTO DI ELLINOR HALL E FRANCESCA MOSCHENI

Pratovecchio
Toscana

Un podere incastonato in una splendida vallata nel Casentino toscano dove la natura non viene disturbata.  Due vini inaspettati che nascono da un sogno, e dal garbo dell’uomo che li produce.

 

Passare una giornata con Federico Staderini è come leggere un intero scaffale di libri di poesia, storia, scienza, filosofia.

Ci accoglie nel suo podere Santa Felicita nel Casentino toscano vicino a quel gioiello nascosto nello scrigno dell’Italia che è il comune di Pratovecchio.
Mentre camminiamo attraverso le sue vigne ci sembra quasi di essere al seguito di un “duca” nel senso dantesco del termine che ci guida alla scoperta di luoghi e aneddoti straordinari raccontati con la lingua del Poeta (e con citazioni in francesce, latino, etrusco, nonchè spiegazioni scientifiche in inglese perchè con Federico funziona così).

Già dai tempi in cui frequentava il liceo a Firenze aveva “preso a noia” – come dice lui – la vita di città, attendendo con ansia tutto l’anno le vacanze estive che passava regolarmente in Casentino in mezzo alla natura.

Da qui la decisione di iscriversi alla facoltà di agraria e l’opportunità di seguire dei corsi di enologia all’università di Davis in California, che lo fanno innamorare del vino e gli permettono di affermarsi come enologo, tanto che a metà degli anni Ottanta il marchese Lodovico Antinori lo vuole come direttore tecnico della sua neonata tenuta dell’Ornellaia.

Nel corso degli anni Novanta fa da consulente a piccoli e illuminati viticoltori che producono vini pregiati e di nicchia recuperando qualità di piante e metodi di coltivazione quasi dimenticati.
Ma è nel 2000 che finalmente realizza il sogno che cullava fin dai tempi delle sue vacanze da ragazzo in Casentino: assecondare la forte escursione termica di questa zona (le notti qui sono fredde anche in piena estate) per produrre il Pinot Nero, un vino che difficilmente si trova a queste latitudini in quanto di solito richiede climi più freddi.

Ma c’è di più: sulle pendici troppo assolate e calde del podere non adatte all’uva del Pinot Nero – una “principessa”, come la descrive Federico, che perde la sua raffinatezza se esposta troppo direttamente ai raggi del sole – pianta l’Abrostine, un’antica varietà d’uva di origine etrusca nata dall’addomesticazione della vite silvestre e per questo molto resistente.

La gestione dell’intero podere si ispira ai principi della biodinamica, per cui la natura viene lasciata libera di esprimersi senza nessuna intromissione di ordine chimico o meccanico.

Le piante vengono protette con decotti naturali, la fermentazione avviene con lieviti spontanei, e sia la vendemmia che la diraspatura che la pigiatura vengono fatte a mano o con l’ausilio di semplici strumenti di legno, anche se i due tipi di uva richiedono dei procedimenti diversi; mentre il Pinot Nero viene pigiato delicatamente nei tini di legno, l’Abrostine deve essere minuziosamente pressata per estrarre tutti gli elementi nobili dalla buccia e dai suoi minuscoli acini, e la sua macerazione non può superare i quattro giorni, prima del lungo riposo di 24 mesi in contenitori di rovere, per non esagerare con le note astringenti ed ottenere un gusto armonioso.

Descrivere semplicemente l’unicità aromatica, la personalità, il colore ammaliante e l’originale speziatura di questi vini non sarebbe abbastanza per farne cogliere completamente l’essenza e l’esperienza di degustazione. Sono poesia e cultura dentro a una bottiglia, e gli stessi loro nomi sono un concentrato di questa terra e della sua storia: il Pinot Nero Cuna, dal toponimo del terreno su cui cresce che deriva dall’etrusco “culla”, “giaciglio” rimanda alla pace, alla protezione, al ciclo della vita che si ripete.

L’Abrostine Sempremai prende a prestito il nome da una voce dialettale locale usata per descrivere una speranza per cui non si hanno certezze, come il domani, come il futuro, come la vita.

Federico, che come tutti gli animi nobili sa essere divertente e profondo allo stesso tempo, riassume il suo lavoro e i suoi vini ricordandoci che

l’approccio totalmente scientifico non tiene conto dello spirito; ovunque ci sia vita, nelle piante come negli essere viventi, la mera scienza ha dei limiti

ed è per questo che il Cuna e il Sempremai, se li sapremo ascoltare con gli occhi dell’anima, porteranno sulle nostre tavole il bisbiglio degli antichi etruschi e il freddo vento delle notti casentinesi e ci offriranno il gusto che la natura regala quando gli uomini ne seguono con umiltà e rispetto l’illuminato, perpetuo ciclo.