Nicola De Gregorio: la vita è una fastuchera

WORDS BY ROBERTA CORRADIN | PHOTOS BY ENZO FRATALIA

Cammarata
Sicilia

Campagna-città-dinuovocampagna. Come tesi-antitesi-sintesi. Perché la campagna, quando ci torni da adulto, non è più uguale a quando ci vivevi da bambino: è una campagna che si arricchisce e riecheggia di tutto ciò che hai imparato, visto e vissuto, strada facendo.

Nicola De Gregorio, classe 1977, cresce a Cammarata, un paesino nell’entroterra siciliano. Da piccolo abita in paese, ma scappa in campagna appena può. Con l’adolescenza, cede al richiamo delle sirene che lo attirano a scoprire nuovi territori: dai boschi di Cammarata alle selve urbane come il quartiere Zen 2 di Palermo dove presta servizio da obiettore di coscienza e dove si rende conto che ci vuole una bella sterzata: lascia Ingegneria a cui si è iscritto per sbaglio e passa a Lettere. Si laureerà in antropologia, ma solo dopo aver vissuto un altro po’ di avventure.

La prima avventura comincia nel 2001 e continua fino al 2011. “Carovana in viaggio” è un viaggio collettivo a partecipazione libera in autostop e con mezzi di fortuna che di anno in anno porta Nicola, insieme a un gruppo variegato di compagni di viaggio, nelle zone rurali di mezza Europa, Nordafrica e Turchia.

Anche la seconda avventura comincia nel 2001: Nicola segue un corso come raccoglitore etnografico presso la facoltà di Lettere di Palermo e diventa raccoglitore ufficiale dell’Atlante Linguistico della Sicilia (ALS). La seconda avventura contiene la terza, che si chiama Jolanda, prima amica, collega, compagna, ora moglie e madre di Irene e Greta.

Nel 2009, un traguardo: la tesi su pani e focacce tradizionali siciliane. Ma già prima e anche dopo la laurea, Nicola scrive Cibo e parole di una comunità di montagna, una monografia sulla cultura alimentare di Cammarata, pubblicata nel 2007, e un saggio linguistico sulle carni infornate nei monti Peloritani in occasione di feste sacre e profane.

Nello studio stesso è evidente il rapporto con la terra dei suoi avi che si trova, quasi metaforicamente, al centro della Sicilia, tra Agrigento, Palermo e Caltanissetta.

Qui, nella primavera del 2011, si avvia la sintesi. Il luogo è magico, già nel nome: Fastuchera (dal siciliano fastuca, pistachio). Della pistacchiera del nonno restano diciotto alberi secolari. Spettacolari. Ma abbandonati. Nicola decide di tornare. Il ritorno, cioè la sintesi, è forte dell’esperienza e sa dire no ai diserbanti, no alla chimica, no all’ossessione della “resa” del terreno. Sì alla biodiversità.

Il Nicola partito di qui era un bambino che amava esplorare la campagna; il Nicola che torna è un antropologo che vuole restituire il verde alla sua Sicilia ricercando antiche varietà siciliane di frutta, verdura e cereali.

I 16 ettari del nonno si ripopolano di biodiversità. Oggi il sogno di Nicola è di vivere abbastanza a lungo da vedere cresciuti gli alberi che ha piantato. La Fastuchera, cioè il campo dei pistacchi, dà il nome all’azienda e ne costituisce il tesoro più grande, con la varietà Bianca della Montagnola, antica e praticamente estinta. Grazie a portainnesti e impianti, oggi i 18 pistacchi sono diventati 118. E ci sono i campi di grano, coltivati a tumminia, o timilia: i siciliani non si metteranno mai d’accordo sul nome ma è un grano biondo, antico, povero di glutine. Dà un pane come una brioche e una pasta che… beh, assaggiatela. È per voi che l’abbiamo selezionata.