Innamorarsi di una tonda iblea

PAROLE DI ROBERTA CORRADIN | FOTO DI MARCELLO BOCCHIERI E FRANCESCA MOSCHENI

Palazzolo Acreide
Sicilia

L’olio somiglia a chi lo produce. Quello di Enzo Carpino è prezioso, generoso e ha un piglio deciso.

 

Dici Siracusa e pensi “mare”. Poi ti inerpichi su per la strada “mare-monti” fino a Palazzolo Acreide, Patrimonio dell’Umanità, e lì, nel fondo di Chiappa, capisci cosa vuol dire innamorarsi di una tonda iblea.

Enzo Carpino aveva solo quattro anni quando suo padre, Salvatore Carpino, si innamorò perdutamente di questo appezzamento ondulato sul limitare degli Iblei. Era il 1971. Il fondo di Chiappa, appartenuto un tempo a un’antica famiglia nobiliare, lo chiamava prepotente, con i suoi ulivi secolari tra le rocce calcaree. Salvatore lo acquistò a prezzo di importanti sacrifici, per coltivarlo e farne il centro della sua vita, la sua casa, il suo lavoro.

A vederlo oggi, sembra incredibile: eppure, da bambino, Enzo odiava quel fondo che lo incatenava a un compito inviso, la raccolta delle olive; già da adolescente, però, capisce che storia e tradizione possono avvalersi di scienza e innovazione: diciottenne, si iscrive alla facoltà di agraria. Ormai non può più negare, neanche a se stesso, che la passione di suo padre è anche la sua. Il fondo di Chiappa ha scoccato un’altra freccia nel cuore dei Carpino.

Il cammino è lungo ma l’obiettivo è chiaro: produrre il miglior olio possibile.

Basta camminare tra gli ulivi per capire: quel terreno è magico, la Tonda Iblea coltivata sul fondo è lussureggiante.

Ma che pena per il giovane Enzo portare le olive al frantoio, come tutti. Il suo sogno è di fare il suo olio, a modo suo. Nel 1993 mette mano ai risparmi e acquista un frantoio di ultima generazione.

Prima manovra: abolire i blend, utilizzati come stratagemma per produrre grandi quantità di olio, ovviamente di qualità non eccelsae. «Non mi interessava riempire tanti container di prodotto: volevo che il mio olio fosse perfetto, l’espressione compiuta della mia terra e della mia storia».

I grandi amori hanno bisogno di essere condivisi: entra in scena Oriana, che sposa non solo Enzo, ma anche il suo sogno. Insieme frequentano corsi di formazione, seminari di degustazione, si confrontano con i produttori più esperti. È un lavoro di perfezionamento che richiede anni.

È grazie a questa storia d’amore se oggi possiamo godere di questo straordinario monocultivar di tonda iblea che Enzo ci versa per un assaggio: luminoso, profumato, intenso. Al naso evoca l’erba appena falciata e delle mele, pomodori raccolti ancora verdi, l’intensità del carciofo.

C’è dentro tutta la cura di Enzo e Oriana, che lo accompagnano dall’albero alla bottiglia, che vigilano perché le olive arrivino al frantoio poche ore dopo la raccolta. Ci vuole la loro determinazione per non scoraggiarsi mai di fronte alla resa, più bassa rispetto ad altre varietà. «Ma la contropartita non ha prezzo» gongola Enzo, soddisfatto: «La tonda iblea ha una marcia in più». Assaggiare per credere, meglio se in ottobre o novembre dopo avere trascorso una giornata intera tra gli ulivi e nel frantioio insieme a Enzo e Oriana.

«È il nostro punto di forza» conferma Enzo: «non credo di essere più bravo di altri produttori, sto solo molto attento alla filiera produttiva e non bado solo alla quantità; non mi interessa se alzando la temperatura durante la molitura le olive danno più olio; per me questo non è solo un lavoro, è il mio motivo di soddisfazione nella vita».

E le soddisfazioni a Enzo e Oriana non sono mancate: «L’onore più grande è stato ricevere la Gran Menzione al concorso Sol d’oro a Verona nel 2010: un premio prestigioso che davvero non ci aspettavamo, siamo partiti in fretta e furia per andare a ritirarlo».

Guardandoli camminare nella pace senza tempo tra i loro ulivi, si intuisce che per Enzo e Oriana la soddisfazione più grande è quella di aver gettato un ponte tra passato e futuro.

E negli occhioni scuri del loro piccolo Lorenzo già si vede brillare l’attrazione fatale per questa terra che è stata di suo padre e di suo nonno. Il fondo Chiappa ha già scoccato la sua terza freccia nel cuore dei Carpino. Il futuro è qui.