Gianni Salafia e Gaetano Luca: Meridio, la vigna con le canne

PAROLE DI ROBERTA CORRADIN | FOTO DI MARCELLO BOCCHERI

Chiaramonte Gulfi
Sicily

C’è chi dice che le amicizie durature si fanno al liceo, o mai più; quella fra Gianni Salafia e Gaetano Luca è un’amicizia ormai trentennale nata sui banchi dell’università.

 

Una passione comune, la geologia (fondano uno studio associato nel 1991), ne ha via via scavata un’altra: la vigna. Poi succede che negli Anni Novanta l’Etna e la Sicilia sudorientale “esplodono” vitivinicolmente parlando, e che Gianni e Tano firmano una perizia geologica via l’altra per le case vinicole. Vai col viticoltore, e impari… a fare il vino. Il sogno resta nel cassetto a lungo, finché nel 2007 i due soci decidono di investire i risparmi in una vigna. Acquistano un appezzamento di appena un ettaro a Chiaramonte Gulfi, tra vicini viticoltori blasonati. Lo chiamano Vigna Meridio, perché affaccia a sud, cioè a meridione, e perché hanno appena visto il Gladiatore, e la casa in fondo al viale della vigna somiglia a quella dove fa ritorno Russel Crowe alla fine del film.

Cosa c’è sotto, in qualità di geologi, lo sanno benissimo: per dirla con le loro parole, sotto vigna Meridio c’è «suolo bruno, ciottoloso, calcareo, roccioso calcarenitico, con substrato marnoso». E ancora: «Il terreno di tipo calcarenitico presenta uno scheletro importante con un’elevata percentuale di ciottoli calcarei che garantisce condizioni di umidità  che anche in estati particolarmente siccitose consentono l’alimentazione idrica della vigna». Il che, tradotto in soldoni, significa un suolo perfetto per farci una vigna, ma anche un mazzo così se la vigna la devi dissodare tu. Decidono di impiantare 3.500 alberelli di Alicante (portato dai dominatori spagnoli, più che un vitigno è un pezzo di memoria storica dell’isola), 1.500 di Frappato, che porterà in dote ai loro blend una leggerezza fruttata, e 2.000 di Nero d’Avola, che è tradizionalissimo e fa “Oh-so-Sicily!”.

Decidono anche l’approccio integralista, enologicamente parlando: in vigna non entra niente che non sia naturale.

La coltivazione è ad alberelli, com’era tradizione locale e come conviene per una uniforme esposizione al forte sole siciliano; unico tutore ammesso per gli alberelli è la canna, raccolta d’inverno in una specifica fase lunare, «come si è sempre fatto in paese fino agli anni Cinquanta», prima dell’invasione dei tondini in ferro. E sarà proprio la canna, col suo nome botanico Arundo Donax, a tenere a battesimo il primo vino. Per legare la vite al tutore, niente plastica, l’unico materiale ammesso è la “liama”, un filo d’erba resistentissimo, usato a tal scopo già dagli antichi greci, come dimostra il nome botanico (Ampelodesmos Mauritanica). L’unico concime ammesso è il letame di pecora, l’unico trattamento il verderame. Nessuna irrigazione, potatura corta invernale, pota verde a maggio per limitare la produzione e concentrare forza e sapore in pochi grappoli e infine, va da sé, la raccolta è completamente manuale. Fuori dalla vigna, vade retro solfiti.

Nel 2011, la prima vendemmia è una ventata di ottimismo: nasce Arundo, un blend di Alicante e Nero d’Avola: 700 bottiglie che finiscono in un lampo. La seconda vendemmia, 3.500 bottiglie, mantiene le promesse. La stampa professionale comincia ad accorgersi dei due geologi vignaioli, e le soddisfazioni arrivano, anche dall’estero.

Nel 2014 nasce Liama, blend a maggioranza di Frappato, con una piccola percentuale di Nero d’Avola. Se Arundo è il fratello intellettuale, introverso, che dopo l’acciaio resta a pensare un po’ nel legno, Liama vuole essere quello simpatico, di compagnia, immediato.

E siccome non c’è il due senza il tre, e la creatività dei geologi vignaioli promette bene, si accettano scommesse sulla prossima novità. Cederanno i nostri  alla moda del Frappato vinificato in bianco? Alle prossime vendemmie la risposta.