Michele Möllg: un trentino stregato dai vitigni siciliani

PAROLE DI ROBERTA CORRADIN | FOTO DI MARCELLO BOCCHIERI E LAURA SPINELLI

Scicli
Sicilia

Mölgg non è un tipico cognome siciliano. Suona trentino, e infatti lo è. Perché quella che ha avvicinato Michele Mölgg e la Sicilia sudorientale è una storia d’amore. Nato sulle alture della Val di Fiemme, laureato in chimica, prestato alla città di Milano, Michele lavora per una società che negli Anni Novanta lo manda in trasferta a Catania – la piana di Catania, all’epoca, si guadagna il soprannome di Silicon Valley italiana. Appassionato di vini (ha il diploma di enologo), Michele fa la conoscenza dei vitigni siciliani; quello di cui intuisce le potenzialità e su cui scommette è il Nero d’Avola, e il decennio successivo gli darà ragione.

Nei fine settimana esplora la porzione di Sicilia in cui vive; si spinge fino a Scicli, splendida cittadina barocca che dopo decenni di oblio sta per guadagnarsi il meritato titolo di sito Unesco. Di Scicli lo affascinano le campagne, specie quelle affacciate sul mare. Gli raccontano che dove ora ci sono villette, fino agli Anni Cinquanta c’erano solo vigne, quasi tutte espiantate in nome della villeggiatura, o ridotte a fazzoletti. Michele ne trova una, l’ultima, e decide che quello è il luogo.

All’inizio, nel 2002, il sogno di fare il vino gli sembra troppo grande per perseguirlo da solo: Armosa, il nome della sua azienda, è l’acronimo dei tre soci, uno dei quali porta in dote la vigna sul mare, dove cresce un Nero d’Avola sapido, di cui Michele osa una vendemmia tardiva, l’Yrminum. Per certi progetti, però, occorre essere visionari, e Michele continua da solo la sua avventura.

In una terra vocata al rosso, lui, da buon trentino, sogna un bianco.

Sogna uve Moscato per pasteggiare, e concepisce Salipetrj. Un bianco originalissimo, «anticonformista», lo definisce lui, che contiene nel nome la sua essenza: la salinità delle zolle in cui affonda le radici. Pietre salate su cui Michele impianta le spalliere di Moscato. Su questo, nessun siciliano è riuscito a convincerlo a convertirsi alla tecnica locale della coltivazione ad alberello: l’origine trentina gli rende impossibile pensare la coltivazione della vite avulsa dalla spalliera, che non abbandona, e basta.

Del resto, lasciamo parlare il Salipetrj: assaggiamo il 2013 nella minuscola cantina ricavata in una casa di campagna abbandonata poco lontano dalla vigna sul mare, su una tavola habillée che ha un che di surreale, appoggiata alle botti, sembra dipinta da Magritte. Per noi, che avevamo già assaggiato il 2012 e il 2011, il dato più saliente è come il Salipetrj racconti in ogni bottiglia la sua annata, il sole, il vento, l’urgenza di vendemmiare già a metà agosto e soprattutto quella terra, fatta di pietre e sale, e la curiosità di chi lo ha concepito come «un vino di rottura», sperimentale, che dimentica la tecnologia della vinificazione in bianco per riportare sotto l’obiettivo l’uva. Un vino che non vuole saperne di filtrarsi, spiazzante, che al gusto fa vacillare i punti di riferimento, e intriga. Lo immaginiamo subito a braccetto con uno speck di trota, quello dei fratelli Armanini che abbiamo provato in Trentino, guardacaso la regione di Michele. Il giorno in cui l’abbiamo assaggiato, restavano di Salipetrj 2013 circa sessanta bottiglie. Le abbiamo prese tutte, per condividerlo con voi. O almeno, con i più fortunati tra voi. Gli altri, dovranno aspettare fino a che potremo sapere quali storie di vento e di sole e di terra racconterà il 2014.