Igiea Adami: la donna che riportò il riso a Busonengo

PAROLE DI ROBERTA CORRADIN | FOTO DI LAURA MAJOLINO E LAURA SPINELLI

Busonengo
Piemonte

Nel 2009 Igiea Adami, una laurea in storia moderna e un master in economia e politica agraria, decide di riportare il riso nella cascina che appartiene alla sua famiglia dal 1867. Oggi, Busonengo è un borgo incantato. E nelle risaie, grazie alla coltivazione biologica senza diserbo, sono tornate a cantare le rane.

 

Igiea Adami è un’umanista, una di quelle figure eclettiche di stampo rinascimentale, la mente capace di spaziare dalle lettere (una laurea in storia moderna) alla tecnica (un master in economia e politica agraria), e di dar voce a una vocazione catoniana: ha pubblicato per un prestigioso editore accademico un saggio sulla baraggia, il paesaggio del Piemonte nordorientale caratterizzato da “brughiere” di graminacee spontanee.

Igiea si presenta come una quarantenne dai modi pacati che poi però, quando la conosci, vedi subito che ha idee forti e volontà di ferro e tenacia da vendere, e la fatica le fa un baffo. Ha occhi chiari che, quando li osservi, risplendono di vita, entusiasmo, passione, insomma tutto, tranne i cliché. La sua è una gentilezza che non tentenna nemmeno durante una bufera di neve: tutti lasciano la risaia ma lei no, resta ad aspettarti mentre tu ti smarrisci un numero imprecisato di volte, e ti accoglie in un salotto al piano terreno dell’immensa cascina acquistata dalla famiglia della madre nel 1867, con la stufa accesa e il tè ben caldo per ritemprarti del viaggio.

Dopo la morte del nonno materno di Igiea, la grande cascina viene ceduta in affitto. Ma quando un luogo ha un grande passato, non gli si può negare un futuro degno dei fasti; e così, per anni, paziente, Igiea attende di poter tornare a gestire in prima persona le sue terre, cosa che avviene nel 2009. Nell’attesa, per non stare con le mani in mano, segue un dottorato in scienze storiche, da cui nasce un saggio sulla risicultura piemontese nel diciottesimo secolo.

Nel frattempo, si è sposata e ha avuto due bambini. Ha conosciuto Guido, il suo futuro marito, durante gli studi per diventare imprenditrice agraria; si è innamorata del suo integralismo nel voler far vini naturali senza compromessi: Barbera, Dolcetto, Freisa, prodotti in una vigna nel vicino Monferrato. Contagiata, ha portato questo approccio nella risaia di Busonengo.

La domanda che ha scardinato un mondo è stata:

è possibile fare un riso buono, ricco, senza usare diserbanti chimici?

La risposta l’ha data un collaboratore che ricordava che un tempo il riso veniva fatto nascere in vivaio e le piantine venivano poi messe a dimora nell’acqua già alta della risaia, e in questo modo le erbacce non infestavano il riso. L’esperimento, benché faticoso, è stato condotto su una porzione di terra. E davvero si è visto che il riso Carnaroli trapiantato a quel modo dava chicchi sanissimi, azzerando la necessità di diserbare.

Un aiuto viene anche dal clima di questa porzione nordorientale di Piemonte: la forte escursione termica dà vita difficile ad alcuni infestanti. Il Carnaroli trapiantato a mano è stato chiamato Terreamano, proprio per sottolineare la fatica e l’impegno della lavorazione tutta manuale. Per festeggiarlo, in risaia sono tornate a cantare le rane, e un recente censimento ha registrato la presenza di 114 diverse specie di uccelli. Nel 2015, “Risaia in volo”, una passeggiata di osservazione ornitologica lungo gli argini delle risaie di Busonengo, ha registrato una entusiasta, massiccia, insperata partecipazione di pubblico.

Il sogno cullato da Igiea è quello di potere un giorno rendere manuale la coltivazione dell’intera cascina. Intanto, una soddisfazione: il riso di Busonengo, con le peculiari caratteristiche sensoriali che gli vengono dalla vegetazione della baraggia, dalla terra ricca di argilla, dalla temperatura fredda dell’acqua, ha ottenuto il riconoscimento della dop.